l Ciclo di Fanes: una leggenda o un documento culturale delle Dolomiti?

l Ciclo di Fanes: una leggenda o un documento culturale delle Dolomiti?

Quando si parla di leggende dolomitiche, il pensiero corre quasi inevitabilmente al Regno dei Fanes. Re, principesse, guerrieri, marmotte parlanti e tesori nascosti compongono una narrazione che, a prima vista, potrebbe sembrare soltanto una fiaba popolare.

Ma gli studiosi oggi guardano a queste storie in modo diverso.

Le leggende, infatti, non nascono per caso. Sono spesso il risultato di secoli di trasmissione orale durante i quali una comunità conserva, trasforma e tramanda la propria visione del mondo. In questo senso, il Ciclo di Fanes rappresenta uno dei più importanti patrimoni culturali dell'intero arco alpino.

A raccoglierlo fu Karl Felix Wolff (1879-1966), giornalista e ricercatore appassionato delle tradizioni ladine. Tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento percorse le vallate dolomitiche annotando racconti tramandati oralmente da generazioni. Il suo obiettivo era ambizioso: salvare un patrimonio culturale che rischiava di scomparire sotto la pressione della modernizzazione e dell'abbandono delle tradizioni contadine.

Il risultato fu straordinario. Wolff pubblicò una vasta raccolta di racconti che ancora oggi costituisce il principale punto di riferimento per chi studia la mitologia delle Dolomiti.

Tuttavia, la ricerca più recente ha evidenziato un aspetto importante. Wolff non si limitò a registrare fedelmente quanto ascoltava. Come accadde per molti studiosi del folklore europeo del suo tempo, riorganizzò il materiale raccolto, collegando episodi provenienti da diverse vallate e costruendo una narrazione coerente. Il Regno dei Fanes che leggiamo oggi è quindi il risultato dell'incontro tra tradizione orale autentica e interpretazione letteraria.

Questo non ne diminuisce il valore. Anzi.

Per gli antropologi, i miti sono particolarmente interessanti proprio perché permettono di osservare come una società interpreta la natura, il territorio e il proprio passato. Nel Ciclo di Fanes compaiono elementi che sembrano appartenere a epoche molto antiche: animali con valore simbolico, divinità legate agli astri, figure femminili che incarnano forze naturali e conflitti che riflettono diversi modelli di organizzazione sociale.

Naturalmente sarebbe scorretto considerare queste leggende come cronache storiche. Non raccontano eventi realmente accaduti. Ma possono conservare tracce di idee, credenze e paure che hanno accompagnato per secoli le popolazioni delle Dolomiti.

Ed è forse questo l'aspetto più affascinante.

Quando osserviamo le pareti del Conturines, il Lagazuoi o l'altopiano di Fanes, siamo abituati a leggerle attraverso la geologia. Vediamo antiche scogliere tropicali trasformate in roccia oltre 200 milioni di anni fa. L'archeologia ci mostra invece le tracce delle prime frequentazioni umane. Le leggende aggiungono un terzo livello di lettura: quello dell'immaginario collettivo.

In altre parole, le montagne non conservano soltanto fossili e testimonianze storiche. Conservano anche storie.

E il lavoro di Karl Felix Wolff, pur con tutti i limiti che la ricerca moderna ha evidenziato, ha avuto il merito di salvarne una parte fondamentale prima che andasse perduta.

Per questo il Ciclo di Fanes non è soltanto una leggenda dolomitica. È uno dei documenti più preziosi per comprendere il rapporto che le popolazioni alpine hanno costruito, nel corso dei secoli, con le loro montagne.

 

Foto:  Re Laurino sconfitto da Teodorico di Verona,  fontana a Bolzano. Foto credit: Herbert Ortner

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